The Evil Within 2

Nel marasma assoluto dei videogiochi lanciati ogni mese, è inevitabile che molti di essi non ricevano le giuste attenzioni, specie quando si tratta di produzioni indie, piccoli progetti poco seguiti dal grande pubblico e di conseguenza poco seguiti anche dagli organi di informazione. Tuttavia mi tocca anche questa volta bacchettare queste due categorie (e in parte anche me stesso per il colpevole ritardo con la quale ho approfondito) per l’ingiustificato disinteresse e la colpevole sufficienza con la quale è stato trattato uno dei migliori giochi horror usciti, seguito di quello che per me è il miglior gioco di sempre, The Evil Within 2.
Al contrario invece, le due produzioni Capcom dal nome altisonante e cioè Resident Evil VII e soprattutto Resident Evil 2 Remake hanno ricevuto ben diversi plausi, anche in questo caso secondo me in maniera ingiustificata.
The Evil Within 2 ha senza dubbio i suoi difetti: non è un gioco “quadrato” in cui ogni rotella dei suoi ingranaggi gira in maniera perfetta e calcolata come il suo predecessore ma è senza alcun dubbio un ottimo titolo, con un’atmosfera sicuramente al top, un gameplay strutturato e studiato sicuramente ben più del tanto decantato Resident Evil 2 Remake.   

            
L’autore del primo The Evil Within, quel Mikami che Resident Evil lo ha inventato (dettaglio che tendiamo spesso a non inserire nell’equazione), come sua “mission” ha quella di istruire e portare avanti giovani talentuosi come game director, dando prima la possibilità di collaborare allo sviluppo di un titolo AAA e poi affidando loro la direzione dei titoli successivi: era già successo per esempio con Resident Evil, di cui Mikami era Director e in cui lavorava un giovanissimo Kamiya che diventò poi director del secondo capitolo originale (quello sì, un capolavoro senza tempo) ed è successo anche nel caso di The Evil Within in cui ha dato parte attiva a degli elementi da lui ritenuti più promettenti affidando la direzione del seguito (John Johanas).

Le premesse di The Evil Within, e cioè la presenza dello STEM come fulcro del gioco (una macchina che permette di collegare le menti di diversi soggetti e creare dei mondi influenzati da essi) permette di creare delle ambientazioni e delle sequenze estremamente interessanti e d’impatto; si è scelto di impostare The Evil Within 2 come un “piccolo” open world, ambientandolo in una cittadina tipo del mid west americano chiamata Union, al contrario della linearità del precedente; questa impostazione rischiosa è in realtà riuscita grazie alla necessità di esplorare per ricercare risorse utili alla sopravvivenza e all’aumento esponenziale di nascondigli; rispetto al primo capitolo è stato aggiunto il crafting e tutta una serie di oggetti “grezzi” da utilizzare per creare delle munizioni e altra roba, oltre che potenziare le varie armi che ci permetteranno di affrontare i vari nemici. Una caratteristica molto importante, già presente nel primo capitolo, è la forte componente furtiva/sopravvivenza che ci permette di uccidere in maniera stealth i nemici, o semplicemente sgattaiolare non visti o imbastire trappole grazie all’immancabile balestra multi dardo (qui ribattezzata Warden Crossbow). Da sottolineare la grande intelligenza degli sviluppatori nello studio degli upgrade delle armi e soprattutto nel potenziamento dei dardi che aggiungono speciali effetti e abilità che aumentano esponenzialmente il tasso di tattica presente nel gioco, come anche gli upgrade di Sebastian stesso, suddivisi in diverse aree (salute, furtività, atletica, recupero e combattimento), upgradabili con il consueto gel verde) che permettono di costruire un pupazzo estremamente tattico e versatile in base alle nostre attitudini di gioco.

The Evil Within 2 possiede un gameplay molto ben studiato, pur avendo fatto diverse concessioni rispetto al primo capitolo che al contrario non cedeva niente (apparentemente) al giocatore e non gli perdonava nessun errore: