Riflessioni su Max Payne 3

 

Quando Rockstar annunciò Max Payne 3 più di un dubbio si sollevò; la nota serie poliziesca noir era stata ideata da Remedy e molti, me compreso, bollarono questo gioco come un’inutile riproposizione di un qualcosa di ormai finito e, soprattutto, qualcosa che solo ed esclusivamente i Remedy potevano prendere in mano ma, diciamolo, mai sottovalutare Rockstar Games.

Perché questa mancanza di fiducia a priori dunque?

Max Payne viene fuori dalla geniale mente di Sam Lake e dai talentuosissimi Remedy che, oltre ad imbastire un gameplay fenomenale per l’epoca grazie ad elementi come il famosissimo Bullet Time (una specie di momento di concentrazione assoluta in cui il tempo attorno a Max rallenta, mutuato da Matrix), dotarono il gioco di una stupenda atmosfera noir\hard boiled che disegnava una New York cupa, soggiogata dai loschi affari delle famiglie mafiose e i loro intrecci con il governo e le società segrete, oltre a delineare ottimamente il personaggio di Max.

Max Payne, in seguito all’omicidio da parte di alcuni schizzati sotto effetto della droga Valchiria, aveva perso la giovane moglie e la figlia e da allora non è più stato lo stesso. Remedy è sempre andata un po’ oltre al classico videogioco: Max Payne divenne una sorta di sbandato poliziotto che non aveva più nulla da perdere diventando dipendente dagli antidolorifici che, ironia della sorte, rappresentano i kit medici da utilizzare per guadagnare la salute perduta: in un intrigante gioco di parole Remedy costruisce questa dicotomia Max\Antidolorifici che in inglese si traducono in painkillers: dunque Max Payne, Dolore Massimo, riprende la sua salute tramite i painkillers, i killer del dolore (i killer di Pain o Payne) che è un po’ un dettaglio portante della figura di Max, ormai dipendente da essi, sostanze che lo aiutano dunque ma contribuiscono al tempo stesso a distruggerlo.

max payne

Nel corso degli eventi che accadranno durante i primi due capitoli della serie assisteremo a delle scene assolutamente oniriche come ad esempio rivivere i suoi incubi, il suo viaggio allucinante mentre è sotto overdose di Valchiria e la tormentata relazione col personaggio di Mona Sax che vede morire nel primo capitolo e che ritrova nel secondo; emblematico il dialogo tra i due dopo il loro incontro i Max Payne 2: The Fall of Max Payne:

“Come hai fatto a sopravvivere con quel proiettile in testa?”

“Forse è ancora li. Mi tiene sveglia…”

Tutto questo ci mostra un personaggio che sa bucare lo schermo ed è protagonista di giochi che a tratti vorrebbero superare la barriera del videogame per interloquire direttamente con il giocatore; viene delineato dagli eventi nei giochi, un personaggio allo sbando e sfortunato, finito al centro di cospirazioni incredibili e da cui dovrà districarsi sparando miliardi di pallottole.

Max Payne 3 riprende la serie da dove l’avevamo lasciata. Rockstar Games prende in mano le redini della serie e, partendo dalla base dei due precedenti, evolve in una maniera quasi spropositata il gameplay, aggiungendo tra le altre cose il cover system, il blind fire, un sistema di mira precisissimo e soprattutto un immenso lavoro nelle animazioni e nella fisica che rende il tutto incredibilmente bello e realistico. Il motore grafico usato è il RAGE la bomba atomica che qualche tempo dopo sarà alla base di Grand Theft Auto V, così come anche l’ottima fase shooter di questo Max Payne 3 ne sarà l’ossatura per le sparatorie, colmando così una lacuna della serie GTA.

Al di fuori dei prodigi tecnici e dell’ottimo lavoro svolto sul gameplay, il miracolo di Rockstar sta nell’ aver saputo riproporre in maniera eccelsa il personaggio di Max Payne con una narrazione che, seppur diversa da quella Remedy, resta comunque eccellente; ritroviamo qui uno sfortunato poliziotto con poca voglia di vivere, che annega il suo passato ubriacandosi e cercando di spappolarsi il fegato con mix di alcol e antidolorifici, aggiungendoci in più il senso di colpa per la storia con Mona. Max viene trascinato questa volta in Brasile, cambiando completamente atmosfera rispetto ai precedenti e raccontandoci (ognuno dei 3 capitoli di Max Payne sono sempre raccontati da Max stesso come se fossero già accaduti e presentano numerosi flashback) una San Paolo prima dal punto di vista dei ricchi proprietari e poi mostrandoci la povertà delle favelas in una storia che come al solito lo vede attore inconsapevole di una vicenda molto più grossa di lui.

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Le differenze con i precedenti titoli sono però nette: la narrazione, la caratterizzazione e gli avvenimenti sono semplicemente perfetti, degni di un thriller poliziesco di livello e raccontato magnificamente come Rockstar sa fare, sempre agli apici quando si parla di polizieschi ma è altrettanto evidente la mancanza del tocco di Remedy nella creazione di storie che vanno un po’ oltre. L’atmosfera noir si è un po’ persa in favore di una storia forse meglio narrata ma piuttosto convenzionale: non voglio assolutamente dire che Max Payne 3 sia trascurabile con questa affermazione, tutt’altro, ma che semplicemente non ha più quella parte onirica dei precedenti, marchio di fabbrica Remedy. Tuttavia Max Payne è reso in una maniera eccezionale: la storia nei precedenti capitoli era narrata tramite dei fumetti, delle strisce di un ipotetico comics, molto belle ma abbastanza statiche; in questo terzo capitolo si utilizza una tecnica che ne riprende l’intenzione, cioè quella di farlo sembrare un fumetto hard boiled, però incorporando le scene in real time in vari riquadri ed evidenziando le frasi chiave dei dialoghi proprio come se fossero dentro un fumetto. Il tocco di genio sta nel fatto che molto spesso, a rimarcare il fatto che Max Payne sia un soggetto alcolizzato e sotto antidolorifici, assisteremo a degli effetti visivi che distorceranno per brevi momenti la visuale o la renderanno confusa quasi a simulare l’annebbiamento che aleggia nella testa di un personaggio così cupo e sfortunato.

Insomma Max Payne 3 contrariamente a qualsiasi aspettativa è un titolo eccellente: perde forse in profondità nelle sfaccettature noir e oniriche risultando maggiormente convenzionale ma guadagna in una narrazione più solida e più convincente. Avrebbe forse meritato un po’ più di attenzione e i motivi per cui non l’ha avuta sono molteplici, da uno sbagliato preconcetto iniziale ad una difficoltà forse più alta per la media. Quello che è certo è che, se ce ne dovesse essere bisogno in futuro, Rockstar sarà in grado di far continuare il viaggio nella notte di Max Payne.

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